Le ragioni della mostra

Nel 1979, presentando il Progetto per un Museo secondo, Licisco Magagnato sottolineava come il riordino dei musei nel dopoguerra avesse comportato, con l’opportuno diradamento delle opere esposte, al fine di permetterne una migliore visione e comprensione, la sottrazione alla conoscenza di intere collezioni, ingrossando il carico dei depositi inaccessibili al pubblico. Egli proponeva allora di esporre a rotazione nel Palazzo della Gran Guardia le opere dei depositi, selezionando in quella prima occasione settanta pezzi. Ventidue di essi trovarono successivamente una collocazione stabile.

Nel 1987, Sergio Marinelli realizzava la mostra Proposte e restauri, ponendo l’accento sull’organicità impressa ai restauri nel decennio precedente, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici del Veneto e con l’Istituto Centrale del Restauro, e sul progresso conoscitivo che un mirato intervento conservativo sempre produce. La mostra raccoglieva settantaquattro dipinti e cinque sculture, distribuendoli tra la sala Boggian di Castelvecchio e la chiesa di San Francesco al Corso, destinata a rimanere esposizione permanente di grandi tele dal XVI al XVIII secolo annessa al Museo degli Affreschi e ideale integrazione di Castelvecchio. In tale modo, trentatré dipinti e tre sculture uscirono definitivamente dai magazzini.

È dunque la terza volta nell’arco di vent’anni che tre diverse direzioni sono indotte a curare iniziative simili, volte a rinnovare un doveroso incontro tra il patrimonio artistico della città e il pubblico.
Godibilità e varietà, tipologica e tecnica delle opere sono i criteri che hanno orientato oggi la scelta di questi centocinque dipinti e sculture, circa trenta dei quali assolutamente inediti. Si tratta necessariamente di una delle innumerevoli scelte possibili tra opere schedate e restaurate o in buone condizioni, alle quali saranno dedicate in un prossimo futuro altre rassegne.

Per questo la mostra è disposta come prosecuzione del percorso di Castelvecchio, per non rivolgersi solo ai visitatori di una esposizione ma anche a quelli del museo. La sua sistemazione è volutamente stipata, come un’antica quadreria, per sottolineare la consistenza e la ricchezza delle collezioni che di per sé reclamano spazi più ampi e adeguati, e deliberatamente minimalista per accentuare lo stacco rispetto alla ricercata e pausata museografia scarpiana.

Simile progetto sottende una rinnovata segnalazione delle urgenti necessità dei Musei d’Arte, soprattutto in termini di spazio, a cominciare da Castelvecchio.Di fronte ad un patrimonio che conta oltre 2.500 dipinti (di cui circa 600 esposti), 90.000 monete e medaglie, 2.650 disegni, 8.000 stampe, 800 lastre fotografiche, 500 tra sculture e bronzi, 800 mobili e oggetti di arte decorativa, 300 armi, 200 reperti etnografici, la creazione di depositi accessibili e visitabili o ‘gallerie secondarie’, in via di allestimento nei principali musei di tutto il mondo, l’ampliamento dell’esposizione mirato a colmare lacune evidenti, l’adeguamento dei servizi accessori sono oggi una via ineludibile.


Il percorso della mostra

La mostra ha inizio con un cospicuo numero di tavole del cosiddetto ‘Maestro del cespo di garofano’, identificato con Antonio Badile II, figlio di Giovanni. Raccolte intorno all’ancona con la Madonna dei cherubini, esse testimoniano la grazia ingenua e comunicativa di una delle più produttive botteghe veronesi del tempo, capace di transitare dal linguaggio gotico a quello rinascimentale senza sostanziali soluzioni di continuità. Il salto di qualità avviene solo con la generazione degli artisti nati intorno al 1480 che, a seguito di Liberale, costituiscono una vera e propria scuola, riconosciuta fin da Vasari come il momento di più alta e coerente espressione figurativa della nostra città. Accanto ai ritrovati capolavori di Francesco Morone, di Giovanni e Gianfrancesco Caroto, di Girolamo Dai Libri, Paolo Morando e Nicola Giolfino, quadri lombardi, emiliani, ma soprattutto fiamminghi e una importante Madonna col bambino da Donatello stanno a rappresentare l’intensità e l’apporto degli scambi culturali nell’elaborazione del linguaggio rinascimentale.

Fulcro della seconda sezione della mostra sono gli affreschi di Jacopo Ligozzi staccati da palazzo Fumanelli, con la Cavalcata di Carlo V e Clemente VII, un tema divenuto di moda nella seconda metà del Cinquecento che ben esprimeva le tendenze filoimperiali della nobiltà locale. Ad indicare l’attenzione anche verso la scultura e le arti decorative si segnalano due notevoli sculture della seconda metà del XVI secolo, riferite a Paolo Farinati. Una selezione di ritratti, insieme a piccoli dipinti su rame e su pietra di paragone, introducono alla dimensione ‘domestica’ del collezionismo, ben documentato a Verona dalla fine del Cinquecento.

Sei e Settecento si intrecciano e susseguono nell’esposizione, così come nella realtà della vicenda artistica, all’interno della continuità di una scelta classicistica che connota tutta la cultura veronese e funge da filo conduttore alle presenze ‘straniere’ nelle raccolte private: dal bolognese Carlo Cignani al romano Ciro Ferri. Perno di questa sezione è la serie inedita di monocromi eseguita per la chiesa di San Sebastiano dal francese Louis Dorigny, grande esponente della decorazione barocca a livello europeo.

Protagonisti della mostra sono evidentemente gli artisti veronesi, ma non mancano presenze forestiere quali Matteo de’ Fedeli, Girolamo Marchesi, Domenico Tintoretto, Prospero Fontana, Barbara Longhi, Ercole Procaccini, Ortensio Crespi, Joseph Heintz il Giovane, Jacob Jordaens, Luca Giordano, Antonio Cifrondi.

Non si tratta di una mostra di restauri, ancorché ci si sia preoccupati che tutte le opere appaiano in buone condizioni di leggibilità. Almeno un terzo furono infatti restaurate prima del 1987, una ventina subito dopo quella data, mentre le rimanenti documentano solo una parte del lavoro di conservazione svolto negli ultimi cinque anni, grazie a finanziamenti del Comune di Verona, della Regione Veneto, della Banca Popolare di Verona e di VeronaFiere.

Il percorso espositivo si conclude con uno stand informatico che consente la prima consultazione della banca dati in corso di avanzata realizzazione.





















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