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«Difficile
dire, in questa fase, cosa sarà Romeo
&
Juliet. Ci sono ancora dei nodi da sciogliere. Quello che mi piace
immaginare, comunque, è un Romeo
&
Juliet
affidato ad un cast decisamente particolare, con artisti di
rilievo del teatro e del cinema italiano. Penso ad uno spettacolo che porti
in scena un gruppo di trentenni, seguendo un’idea di fondo, ossia un Romeo
&
Juliet
visto dalla parte dei ragazzi, ma ragazzi che hanno superato
da un pezzo i trent’anni: dei “vitelloni”, dunque, che vivono oggi le
stesse cose che, cinquecento anni fa, vivevano degli adolescenti.
Probabilmente, perché oggi, a trentacinque anni, finisce l’adolescenza…
Quindi
vedo questo Romeo &
Juliet
come
una esplorazione sul crescere e sul non voler crescere, quasi una
prosecuzione naturale del lavoro fatto con Wilhelm Meister di Goethe. Non solo: alla Scuola Paolo Grassi di
Milano, dove insegno da quindici anni, sto lavorando con una bellissima
classe proprio sul testo di Shakespeare, in uno spettacolo dal titolo Esercizi
su Romeo e Giulietta: la prospettiva, quindi, è quella di fare due
spettacoli, uno “bianco” e uno “nero”, uno “giovane” e uno
“vecchio”. Una contrapposizione tra due modi diversi di vivere la
gioventù e il diventare grandi…».
Gabriele
Vacis
«Shakespeare
ha scritto un dramma che è la più grande e persuasiva celebrazione
dell’amore romantico nella letteratura occidentale» scrive Harold Bloom a
proposito di
Romeo
&
Juliet. Il
capolavoro indiscusso del 1595 (anno di particolare felicità creativa, è
coevo a Pene d’amore perdute, Riccardo
II e Sogno di una notte di mezza estate) si apre, come ogni opera di
Shakespeare, a diverse letture: non solo inno all’amore, dunque, ma anche
affondo nel malessere adolescenziale, nel conflitto generazionale, nel
disagio esistenziale.
Quando,
nel 1991, Gabriele Vacis, con il suo Teatro Settimo, affrontò per la prima
volta Romeo
&
Juliet, ne scaturì
un piccolo capolavoro che segnò la nascita del “teatro di narrazione”
italiano: uno spettacolo corale, in cui i non-protagonisti raccontavano le
tristi vicende dei giovani di Verona. Fu un grande successo, gioiosa
testimonianza di un modo diverso (almeno allora…) di affrontare i
classici, che ha fatto scuola. A distanza di oltre dieci anni, Vacis torna a
Shakespeare con una consapevolezza diversa. Lo sguardo del regista si
sofferma su alcune delle possibili chiavi di interpretazione del testo,
evidenziando – in una ideale
continuità con il Wilhelm Meister
di Goethe, messo in scena la passata stagione –
la problematica identità di un “io” in costante mutamento, il
faticoso divenire di chi si affaccia al mondo e le dolorose domande di chi,
invece, non vuole “crescere”.
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