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IL PAESAGGIO E LA VISIONE  
di Giorgio Cortenova

Mi sono spesso domandato che cosa sia veramente la "visione". Ma al di là delle molteplici e possibili risposte mi ritrovo sempre a far perno sul fatto che essa non s’identifica con ciò che vediamo ma con il suo racconto. La visione nasce nel momento stesso in cui comunichiamo la nostra esperienza.

Via Marconi, Ex garage (architetto Fagiuoli) - Dal libro "Opifici, Manifatture, Industrie", Cierre Edizioni, Verona, 1990
Via Marconi, Ex garage (architetto Fagiuoli) - Dal libro "Opifici, Manifatture, Industrie", Cierre Edizioni, Verona, 1990
Perciò sono sempre stato estraneo, se non ostile, al naturalismo: perché esso rappresenta un attentato al suo danno, formulato attraverso il presupposto implicito che essa derivi ordinatamente dal mondo visibile. Per me, convinto che, al contrario, proprio la realtà ne sia la conseguenza, una simile ipotesi è culturalmente, forse filosoficamente "ingiuriosa".

Credo infatti che la realtà coincida con ciò che di lei ci comunichiamo: essa cioè combacia con il linguaggio e corrisponde alle sue trasformazioni. Mi rendo conto che l’ipotesi può sembrare drastica e non rispettosa dei riti statuari dell’immagine.

Tuttavia, ancor prima dell’epoca in cui il sole ha smesso di girare attorno alla terra, il pensiero ha elaborato una riflessione coerente in ordine (questa volta) alle proprie evoluzioni. E la realtà, sfuggita al nostro dominio, si è aperta alla nostra esperienza.

Ora, cosa è "la visione" se non la testimonianza del nostro rapporto dialettico con il mondo? D’accordo io vedo, ma come vedo? Era la domanda che si poneva Degas (che non fu solo il grande pittore e scultore che tutti sanno, ma anche grande fotografo) e che con disperata ostinazione veniva approfondita da Cézanne. Il mondo non ha luogo ad essere senza l’apparato del "senso", ma va detto che le visioni rappresentano il manifestarsi di tutti i sensi possibili e impossibili: esse "caricano di senso " il mondo.

Non so se conosco il mare, il cielo, i fiumi, le strade asfaltate, o le torri a fungo delle centrali elettriche. Conosco però il "baluginar della marina", e le "vette immani", "la cerulea Dora", l’ombra del cerchio sulla strada, il fumare del treno, oltre le arcate quattrocentesche. E qualcos’altro ancora, naturalmente; ma nulla so di ciò che sfugge alla visione. D’altra parte proprio il concetto di "visione" è ciò che separa il gesto artistico e comunque creativo dalla cronaca e dal reportage. Infatti essa sfugge al codice dei significati per approdare a quel "significato secondo" che appartiene al senso nascosto e sotterraneo delle cose.

Non so quanto conoscevo il paesaggio industriale di Verona. Non vi è dubbio, lo vedevo: in quanti lo vediamo? In quanti lo vivono ogni giorno? Ma ora con il "diario" fotografico di Enzo e Raffaello Bassotto ne ho "preso visione". Passando in qualche strada, tra i bidoni di petrolio e qualche volta tra le pozzanghere, tra un’industria memorizzata nel subconscio del post-moderno e una colonnina di nafta funzionante a pieno ritmo; transitando da quelle parti, dicevo, vedo (rivedo?) quella sospensione grigia, quasi "soffiata" sulla lastra che i due fotografi hanno visto avvolgere il panorama e di cui in molti sviluppi ci raccontano. Altre volte ci narrano di un filo che taglia l’orizzonte, di una ringhiera sfatta dal tempo, di un frontale baldanzoso e riverniciato. In altre parole essi ci narrano di una serie di "visioni"; e così facendo "fondano" un mondo, una maniera di guardarlo e quindi di conoscerlo. In sintesi ci esprimono  l’itinerario e la prassi della loro conoscenza. E ciò dimostra, se ancora ce n’era bisogno, un profondo amore per il linguaggio. Strada dell'Alpo, Cavalcavia - Dal libro "Memorie di un paesaggio industriale" - Cierre edizioni & Studio Forma, Verona, 1989
Strada dell'Alpo, Cavalcavia - Dal libro "Memorie di un paesaggio industriale" - Cierre edizioni & Studio Forma, Verona, 1989

In questo mondo, di cui già scrivevo nel 1989. ecco ritagliarsi la "vicenda visiva" dei Magazzini Generali: ora un particolare perfino toccante di un muro fa da "passepartout" ad una corda depistata dalle sue funzioni; ora rami di "neve", magie di alberi denudati dall’inverno, alludono alla "Fabbrica Ghiaccio Rapido", novecentesco fantasma architettonico in solitaria lontananza; ora austeri tentativi di edificazione razionalista s’inerpicano oltre le cadenzate ringhiere; ora un segno di gesso, ora un graffito con pretese estetiche, ora un nudo di rivista, vivace erotismo sopravvissuto al tempo, ora il tempo stesso che ha cestinato lo spazio e corroso le superfici.

Vicenda nella vicenda, e cronaca nella storia, i Magazzini Generali dei fratelli Bassotto rappresentano il viaggio visivo di un rabdomante nel tramonto veloce della civiltà industriale, già ieri società dei "servizi, già oggi società del "virtuale".

A quando solo e semplicemente società?

IL PAESAGGIO INDUSTRIALE
di Lanfranco Colombo

Avrei difficilmente immaginato che gli autori, che fanno del particolare uno squarcio profondissimo dentro l’universo, potessero mai "misurare" le strutture di un paesaggio industriale, se non attraverso – ancora una volta – una narrazione minima, fatta di vibrazioni colte, di angoli condensati, di luci-ombre inquietanti.

Ho sempre sostenuto che – a fronte dei millenni di archetipi della cultura contadina, e quindi dei modelli visivi legati al paesaggio naturale – la civiltà industriale scontasse, nella produzione visiva, l’handicap di una storia brevissima. E non a caso tutti i movimenti ispiratisi al macchinismo o all’industria sono stati catalogati come movimenti di rottura, quando non – più sbrigativamente – come semplici momenti di "arte applicata". Anche la fotografia, per quanto la sua origine affondi le radici proprio nella meccanicità fisico-chimica, sconta nei 150 anni della propria esistenza l’assoluta prevalenza di modelli figurativi "classici", in cui il paesaggio industriale è raramente assunto come tema espressivo, relegato com’è stato quasi esclusivamente alla pura documentazione. La memoria storica dell’umanità considera tuttora difficile "fare poesia" su una fabbrica, mentre va a nozze su un paesaggio naturale.

Enzo e Raffaello Bassotto, con l’incosciente naturalezza di Alessandro a Gordio, si misurano con le "memorie" di un paesaggio industriale, riuscendo a darci – ancora una volta – la cifra del loro valore.

Una fabbrica, una stazione ferroviaria, una strada a grande traffico sono – per antonomasia – luoghi di passaggio. Le presenze e la vita si condensano altrove.

Non è un caso che – nelle immagini dei Bassotto – l’uomo sia assente. E non è certo un caso che questa assenza si traduca nella metafisica allucinata degli "attraversamenti": ci sono molte fotografie, in questo lavoro, che restituiscono in pieno il senso della fuga, dell’assenza.

Ogni lettura è sempre proiettiva: ma credo che l’allargamento dell’inquadratura realizzato dai Bassotto non sia un semplice fatto tecnico. Il loro occhio – nell’allontanarsi – non cerca solo disperatamente di abbracciare il massimo di significatività. Tende anche a negare il coinvolgimento emotivo, a mantenere un minimo di presenza di fronte al pericolo dello stritolamento.

Verona, Centrale del Latte, aprile 1988 - dal libro "Portfolio", edizioni dell'Aurora, Verona, 1988
Verona, Centrale del Latte, aprile 1988 - dal libro "Portfolio", edizioni dell'Aurora, Verona, 1988

Ne nascono, alla fine, atmosfere rarefatte, in cui la negazione dell’orizzonte è compensata dalla fitta trama delle linee che strutturano le quinte di un "paesaggio" che forse s’avvia a diventare "memoria", ma che è ancora troppo vivo nella nostra carne per aver perso del tutto la propria capacità urticante.

Informazioni
Biografia di Enzo e Raffaello Bassotto
Presentazione: Sulle tracce della metafora di Giorgio Cortenova
Il paesaggio veroneseLuoghi di passaggio di Italo Zannier
Storie quotidiane: Borgo Nuovo di Edoardo Sanguineti - Cent'anni di vita di Arturo Carlo Quintavalle
I Musei a Verona: Interni di fotografia di Vittorino Andreoli - Disegnare con la luce di Livio Dimitriu
Archeologia industriale:
saggi di Giorgio Cortenova e di Lanfranco Colombo
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