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INTERNI DI FOTOGRAFIA  
di
Vittorino Andreoli

La nascita della fotografia ha segnato la fine della gloriosa tradizione ritrattistica della pittura europea e ha certamente influito sui movimenti che dall’espressionismo, allontanandosi sempre più dall’oggettivo, sono giunti all’astrattismo e all’informale. La fotografia sembrava aver posto un limite preciso tra realtà e fantasia, tra rappresentazione oggettuale e interpretazione. La vecchia questione filosofica tra oggetto in sé e la sua percezione e, più in generale, tra l’essere in sé e l’essere percepito sembrava aver trovato nella camera oscura una definitiva soluzione. La macchina fotografica rivelatore del reale, del concreto: una testimonianza fedele del tempo; le arti s-figurative: alterazioni dell’esatto, del realismo.

Guardando la serie "Interni da un’altra città" di Enzo e Raffaello Bassotto, queste considerazioni si attenuano, si deformano fino ad assumere un contorno tra il patetico e l’ilare. Come sempre, quando si considerano le conclusioni dell’uomo, le sue "grandi" verità, che il tempo corregge, immancabilmente. L’errore è una affermazione di cui è possibile operare subito una correzione; la verità è un’affermazione che si dovrà correggere domani....Pochi decenni di storia della fotografia, e già è possibile correggere quelle iniziali verità, e in maniera antinomica. Via Cappello, Atrio di un palazzo privato - Dal libro Portfolio "Interni da un'altra città", Aurora editrice, Verona, 1988
Via Cappello, Atrio di un palazzo privato - Dal libro Portfolio "Interni da un'altra città", Aurora editrice, Verona, 1988

La fotografia è lo specchio della fantasia, uno strumento per rappresentare l’immaginario. La camera oscura non riproduce: la luce che colpisce gli amalgama delle lastre fotografiche, si mescola, in misteriose combinazioni chimiche, che fanno sortire il mistero, la fotografia astratta, informale, irreale, immateriale. Una nuova alchimia, o forse, l’immaginario è dentro il reale, mescolato ad esso: la sua ombra. L’immaginazione è nel mondo reale, dentro l’ordinario, il quotidiano. Dunque è vero che la realtà supera sempre la fantasia e che la fantasia è una specificazione del banale! Analogamente alla miseria, che nasconde tanta ricchezza, e alla ricchezza con tanta povertà.

La nostra povera quotidianità è immersa in un fantastico mondo, ricco quanto le "Mille e una notte", più misterioso di quello di Alice. Bisogna solo mettere a fuoco bene, inquadrare correttamente e... clic... appare straordinario come in queste fotografie dei Bassotto. Rappresentazioni d’una realtà a cui l’obiettivo ha tolto il sottile velo di Maya, cancellato da un leggero vento di primavera. Così si scopre un museo nella propria tana. D’un tratto, un’officina diventa un’esposizione di Tinguely a Palazzo Grassi; la propria cucina, rassegna del periodo metafisico da Boccioni, a De Chirico, a Carrà. Il proprio cesso diventa astratto, luogo di paradiso, puro come una tela di Fontana. In questa metamorfosi del banale ognuno trova la forza per rianimarsi e continuare a vivere entro gli stretti confini della propria esperienza e della propria miseria. Un invito a guardare sempre il banale: a contemplare le sue ricchezze nascoste. Quel baule, ricercato dai pirati in luoghi misteriosi e lontani, è forse sotto il letto, sopra la tavola della propria cucina. Dietro il volto scavato della vecchia madre, o il sorriso stereotipo della propria moglie, in quell’angolo abbandonato della propria strada, entro la tasca di quella consunta giacca: qui talora si trovano i nostri sogni, le nostre fantasie, i nostri desideri. Talora basta spostare una lampada per vedere, nel buio, tanta luce. Basta chiudere il lampione della televisione per rivedere ancora le lucciole. E’ sufficiente un po’ di silenzio per sentire il canto delle sirene; riaprire un cassetto abbandonato per entrare, finalmente, da Tiffany....

Via venti settembre, Fonderia Cavadini, Dal libro "L'officina degli angeli", Aurora editrice, Verona, 1995
Via venti settembre, Fonderia Cavadini, Dal libro "L'officina degli angeli", Aurora editrice, Verona, 1995

Questa serie dei Bassotto, mi ha fatto riaprire tutti i cassetti di casa ed ho iniziato un viaggio straordinario tra i "robivecchi". Ho riacceso il desiderio dei mercati delle pulci, delle strade rotte, deserte, lontano dal centro, dove tutto è scontato. In questo mondo voglio aprire i miei occhi e scattare una serie infinita di immagini per l’album della mia esistenza. Non so quante dimensioni abbia una immagine fotografica. Almeno tre, come un dipinto del Rinascimento, dopo la "scoperta" della prospettiva. Ma non bastano: vi è certamente anche il tempo.

Questa dimensione pervade la rappresentazione fotografica non solo dando un’età ai personaggi, ma soprattutto scandendo un ritmo che li muove nel palcoscenico fotografico come in un teatro a Broadway. Col tempo le immagini vivono e raccontano una storia, talora fatta di silenzio. E’ il tempo a caratterizzare una fotografia metafisica e distinguerla da una futurista. E il tempo non impressiona alcuna pellicola. Entra misterioso nella camera oscura, come uno spirito che anima o disanima, che accelera o scolpisce. Ma oltre al tempo: la quarta dimensione, c’è anche quella del dolore, della gioia. In una fotografia si vedono i sentimenti, l’effettività. Una fotografia ha persino la dimensione dell’inconscio, che nascosto entro il nostro scheletro, talora si fa mostro, talora bambino sconsolato, talora narciso...

La fotografia ha un proprio interno, una propria intimità. Dentro una fotografia ho talora percepito rabbia, amore, delusione, morte. Una foto ha tutte le dimensioni dell’esistenza. Del resto una foto vive, e forse racconta lunghe storie: parla italiano, francese, tedesco, innumerevoli dialetti. Forse racconta a tutti qualche cosa o forse vi ritrova ciò che disperatamente cerca. Una proiezione per le proprie rappresentazioni, talmente "vere" da appartenere a tutti e per questo fatte di "fantasia". Si crede, fotografando, di riprodurre il reale.

Si pensa che la camera oscura riproduca gli oggetti, ed invece racconta i sogni. Quando si aprono o si chiudono diaframmi, si allungano o accorciano i tempi d’esposizione, si lavora sui desideri nel tentativo di delineare le immagini della fantasia. Tra fantasia e realtà non c’è differenza, anche quando vi si frappone una macchina fotografica: dimora di diavoletti che, come quelli di Maxwell, fanno ciò che vogliono, pur travestiti di tecnologia. Si, ora l’ho detto chiaramente, nella camera oscura vive un demonietto e, come nelle favole, fa ciò che vuole e talvolta riesce perfino a trasformare la realtà in uno straordinario mondo di fantasia...

Forse i fratelli Bassotto, attraverso la macchina fotografica dipingono mondi di sogno. Come hanno fatto i pennelli di Van Gogh, di Goya, di Dalì, di Carrà...

DISEGNARE CON LA LUCE  
di Livio Dimitriu

Scrivere di fotografia può avere un significato molto particolare in questa fase della storia della rappresentazione. La fotografia è stata definita come l’arte di disegnare/scrivere con la luce..

L’ambiguità connaturata nel concetto di disegnare/scrivere è caratteristica dell’opera di Enzo e Raffaello Bassotto. Si è indotti a chiedersi continuamente dove finisce il disegno e dove inizia il racconto. Come per gli ideogrammi cinesi, queste fotografie svuotate della dimensione sonora trasmettono la rappresentazione del soggetto, ma in virtù dell’inquadratura del soggetto stesso, della scelta dell’ora del giorno e della luce che ne deriva, diventano pura astrazione. Enzo e Raffaello Bassotto sono forse perfettamente consci del silenzio del mezzo fotografico inteso nell’accezione più letterale.

E’ per questa ragione che la serie de L’Officina degli Angeli è incentrata sul tema di una fabbrica di campane. E’ la presenza di questa assenza di suono del soggetto fotografico che completa la nozione di perfetto ideogramma cinese, inteso non solo passivamente come nella parola francese le mot, ma anche attivamente come parole. Sotto molti aspetti, queste fotografie parlano nel senso più alto del termine.

Da "L'officina degli angeli", edizioni dell'Aurora, Verona, 1996
Da "L'officina degli angeli", edizioni dell'Aurora, Verona, 1996

In queste immagini, sembra di guardare fuori dalla grotta di Platone nel chiaroscuro di un interno di fabbrica. E’ una nuova grotta, che produce gli angeli e le loro melodie. Da Pindaro a Sant’Agostino e finanche al Cimitero Marino di Paul Valéry, il fruscio delle orme leggere delle colombe bianche danza sul tetto della mia anima. La silenziosa melodia degli angeli vibra nella luce, nel metallo, nella polvere, nel colore. E nel sottofondo, parafrasando Anatole Franche, risuona la voce dei bambini che riflette la voce di Dio e si ripercuote sulla retina.

Dentro la cornice di queste due grotte che si guardano, due camere oscure che dialogano, la serie di queste immagini diventa la metafora dell’ambiguità della posizione del piano fotografico, la poietica della prospettiva costruttivista della Rivoluzione russa. Come nei più compiuti disegni di Malevic, lo spazio si dissolve davanti e dietro al piano fotografico. In mezzo, sulla soglia rappresentativa tra la realtà e il mondo onirico, si situa l’obiettivo fotografico, l’approssimazione relativamente neutra del 35 mm. La stratificazione, l’estrema trasparenza delle profondità sovrapposte della descrizione del soggetto, dalla luce in primo piano, al tema narrativo, alla trama di fondo, tutto ciò evoca la prospettiva.

E’ un vero peccato che negli ambienti architettonici, così retoricamente impegnati in modalità descrittive, si sia dimenticato che la prospettiva fu sviluppata dal Brunelleschi applicando al piano verticale le tecniche cartografiche arabe per meglio rendere la curvatura della Terra sul piano bidimensionale. La curvatura del normale obiettivo fotografico produce in effetti una descrizione della realtà tradotta in piano e stratificata in modo tale da poter essere facilmente digerita dall’occhio della mente. La fotografia registra e riorganizza il mondo per poter navigare con agio e, in ultima analisi, facilitare il consumo. Essa decodifica un mondo in cui la distorsione è la regola. E’ l’emblema estremo dell’Enigma. Se Marcel Proust cita la fotografia in oltre duecentoquaranta brani scelti del suo A la Recherche du Temps Perdu, il suo interesse è principalmente di carattere cubista. Innanzitutto l’immagine in se stessa non è importante, ciò che conta è la sovrapposizione delle immagini. In secondo luogo, la descrizione dell'immagine non è sufficiente E' la fotografia di una descrizione di una scena reale ciò che più conta. E' questa realtà di Secondo grado che la fotografia può ritrarre.

Le immagini fotografiche di Enzo Raffaello Bassotto non descrivono la realtà. Descrivono gli oggetti e gli ambienti che a loro volta sono immagini di una realtà che è altrove e remota. Questi sogni "al quadrato" diventano più veri della realtà stessa. E’ questa la forza dell’astrazione.

E’ evidente in queste fotografie la connessione tra l’architettura, la pittura cubista e la natura della fotografia. Il soggetto è fisso. Le ombre del soggetto si muovono. L’apparecchio fotografico può muoversi. In uno dei passaggi di questa equazione, il Nudo che Scende le Scale e il Nudo che Scende la Scala a Chiocciola di Delaunay diventano essenziali per decodificare la fotografia, insieme al parco proto-cubista di Buttes-Chaumont e alla successiva Torre Eiffel.

Due varani di specie differenti. Nel giardino di Darwin, da "Verona Cultura", maggio 1989
Due varani di specie differenti. Nel giardino di Darwin, da "Verona Cultura", maggio 1989

Quest’ultima, argomento preferito dei cubisti francesi, altro non è se non la versione scheletrica del cono di zucchero, infinitamente più complicato, che si trova nel Buttes-Chaumont. Il soggetto-Parigi è fisso. La rétina dello spettatore fotografa la città da angoli prospettici sempre diversi mano a mano che si sale o si scende.

L’apparecchio fotografico che immortala lo spettatore nell’atto di osservare non è altro che un testimone di questa decomposizione del panorama cittadino.

Informazioni
Biografia di Enzo e Raffaello Bassotto
Presentazione: Sulle tracce della metafora di Giorgio Cortenova
Il paesaggio veroneseLuoghi di passaggio di Italo Zannier
Storie quotidiane: Borgo Nuovo di Edoardo Sanguineti - Cent'anni di vita di Arturo Carlo Quintavalle
I Musei a Verona: Interni di fotografia di Vittorino Andreoli - Disegnare con la luce di Livio Dimitriu
Archeologia industriale:
saggi di Giorgio Cortenova e di Lanfranco Colombo
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