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"BORGO NUOVO" |
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ISTRUZIONI PER L’USO. Quando mi sono state mostrate queste immagini e mi è stato chiesto di collaborare alla loro lettura, ho pensato che avrei potuto proporre alcune, capricciosamente non specialistiche, e certamente assai tendenziose, istruzioni per l’uso. Ma la formula voleva e vuole riuscire, come è ovvio, doppiamente ironica. Non soltanto perché queste immagini sono benefiche e salutari, a patto di essere impiegate senza cautela, non dosate né controllate né sorvegliate, ma valgono proprio se assunte per urto, per quella che è la forza immediata con cui possono agire, con le loro essenziali didascalie, sopra l’osservatore. Ma perché simili istruzioni dovevano essere, e sono, questioni e problemi. Così, gli interrogativi che cerco di porre sperano di riassumere, in qualche modo, quelle istruzioni che ho derivato, in me, e per mio vantaggio, dall’"uso" di queste immagini stesse.
E per incominciare, è possibile cedere l’immagine a qualcuno, al medesimo modo in cui si cede la parola (o si cede il posto?). E’ possibile, per autori di fotografie, una volta scartato il mito di un’immagine neutra e oggettiva, spostare la loro ineludibile soggettività sopra l’oggetto, soggettivarlo? E fare dunque, della rappresentazione, del rappresentato, il responsabile autentico della figura, e ribaltarlo, diciamo così, da natura morta (in cui tanto più si risolve, se si tratta di natura umana), in natura viva? A livello delle parole e del discorso, le cose appaiono semplici (e non dico che lo siano). Le didascalie, con cui gli uomini di Borgo Nuovo si definiscono e si autopresentano, saranno bene selezionate e trascelte entro un materiale tanto più vasto, disponibile e possibile, ma rispondono, epigraficamente epigrammatiche, a nostre abitudini consolidate, come una sorta di autoscatto verbale. Un narratore che accetta che un suo personaggio prenda la parola, agisce secondo un procedimento cristallizzato, altamente convenzionale, convenzionato, pattuito, e pacificamente accolto, e da sempre. Ma in questo libro c’è un tentativo che non è fatto abituale e pacifico.
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Gli abitanti di Borgo Nuovo non sono messi in posa, per ottenere un certo risultato estetico o documentario. E non sono nemmeno sorpresi dall’obiettivo, in ossequio al mito dell’incontrollata verità dell’istante. Sono invitati, piuttosto, a mettersi in posa. Cioè, come si accennava, a prendere l’immagine. |
L’obiezione più immediata e facile è che nessuno può gestire la propria posa in modo autentico, per scaltro e esercitatamente avveduto che possa essere: di fatto risponderà pur sempre ai canoni culturali di una determinata idea della posa, sceglierà di atteggiarsi, e di comporsi, al possibile, in base a raffigurazioni che, sopra di lui, agiscono egemonicamente, istintive o riflesse. E disporrà il proprio volto, la propria espressione, il proprio atteggiamento, il proprio corpo, e il correlarsi alle figure o alle cose che gli stanno accanto, rispondendo, con passiva attività, a canoni e regole subite e interiorizzate, ma tutta la scommessa di questa operazione, mi pare, trova, qui appunto, il suo punto di forza. In una civiltà dell’immagine, tecnologicamente evoluta, non è importante e significativa la figura particolare, empirica, nella sua pura percettività sensibile. Anzi, quello che importa è che, nel documento, attraverso l’immagine ex machina che la fotografia propone, emerga il modello culturale da cui il soggetto oggettivato è guidato e regolato, e che si manifesti, a questo modo, la sua struttura profonda. E la più autentica, la sola. Perché niente è più condizionato di un riflesso sociale che scatta come spontaneo. E’ anzi la posa quella che può proclamare la verità (oggettiva davvero, perché oggettivabile) del suo essere sociale: il referto mette in luce (attraverso la scrittura luminosa che è la fotografia) la relazione concreta , precisamente perché culturale e storica, sociale e ideologica, tra il soggetto e il mondo che lo circonda. Mettetevi in posa, e vi dirò chi siete. Perché vi dirò, ad un tempo, qual’è il modello culturale che sognate di vivere, e quale è quello che effettualmente vivete. E la loro distanza, e la loro dialettica. E l’identità che si manifesta non sarà ideologica nella sola direzione della falsa coscienza, ma anche, insieme, nella direzione del progetto reale, come concretamente è vissuto, in condizioni concretamente date e verificabili.
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E qui può emergere, con il secondo problema radicale, anche il secondo punto di forza, in una simile strategia rappresentativa. Perché i personaggi non si mettono in posa secondo un’ottica indeterminata e arbitraria, ma in quanto abitanti di Borgo Nuovo. E questa non è un’antologia di immagini autonome, ma una serie compatta, organicamente tessuta. La fotografia, dovrebbe essere pacifico, svela la sua natura occulta nell’albo. La forza e la verità dell’immagine è nella relazione compatta e necessaria che intrattiene entro un orizzonte di immagini concluso, o concludibile, nella sua capacità di mettersi in dialogo in un ordine dotato di senso, a livello rappresentativo. |
E che questo avvenga temporalmente, come nell’albo tradizionalmente familiare, o avvenga spazialmente, come in questo repertorio figurale, importa poi meno del fatto che una civiltà dell’immagine rende, se non illeggibile e indecifrabile, certo deformante e inattendibile, ogni figurazione chiusa nella sua singolarità. E’ grazie a questa sintassi del discorso che anche le nude cose, gli ambienti, gli oggetti, entrano in posa. Sono visibili, finalmente, in quanto non sono guardati, nudamente, ex machina, ma attraverso le complementari nature vive che li vivono, che li dotano di senso, che precisamente, la mettono in posa (ovvero, in situazione storicamente e socialmente). E alcune istruzioni, a questo punto, diventano persino suggeribili e credibili, non come consigli per una fruizione ottimale, ma come proposte interpretative sperimentali. E sono persino numerabili e, in certo senso, gerarchizzabili. Si può tentare, almeno.
Qui ci stanno più cose, sospetto, di quante una nota così d’accompagnamento può tentare di dire. Non è una fotografia, ma un’allegoria: cioè, un’esperienza che incarna un pensiero concreto, in figura. Quel sogno fotogenico, surreale nel senso primario del vocabolo, è lo specchio di una nostalgia del futuro. Non ritrae un bambino individuato, e individuabile, appena ma una condizione storica, umana, che attraversa l’intera raccolta, con il suo significato, con il suo segno. E’ anche al di là di Borgo Nuovo, tanto a fondo la penetra.
Quella figura, voglio dire, è poi chiunque la guarda: siamo noi, se lo guardiamo.
1983 - Copertina del libro "Cent'anni di vita" - Edizioni Futuro - VeronaCENT’ANNI DI VITA
di Arturo Carlo Quintavalle
E’ UNA RICERCA IMPORTANTE, sono storie e personaggi veri, il montaggio è narrativo: nella pagina a sinistra una foto del passato, nella pagina a destra una foto dell’oggi. Confronto delle immagini? Certo, e la prima tentazione è riconoscere antichi lineamenti nelle rughe, nel corrompersi delle forme, ma anche indentificare una situazione, una scena di quelle storie che ciascuno, ai fotografi, ha raccontato.
"Il mio più bel ricordo è di quando, combattendo sul Pasubio, mi sono meritato la croce di guerra" dichiara il pensionato dagli occhiali spessi, e, di fronte, sta la veduta degli alpini sull’altopiano di Asiago.
Il mio più bel ricordo è di quando, combattendo sul Pasubio, mi sono meritato la croce di guerra |
"Ho lavorato tutta la vita per mantenere tre figlie e mio marito era sempre ubriaco. Credo che il paradiso sia più mio che delle suore" dice una vecchina, le mani sul grembo, che sta a fronte di una foto di tre bimbi con lei stessa, tanto di colletto di pizzo, seduta su uno sgabello finto-Rinascimento. Ecco altre voci di donna: "Ho fatto una vita da bestia. Per una donna in campagna è sempre lavoro, in casa, nei campi, con i figli, neanche il tempo per mangiare", e, di fronte, la ragazza sotto un enorme carico di fieno. Una signora vestita di bianco con accanto la veduta di una nevicata su neri tronchi, dice: "Alcune sere mi sento morire, allora scrivo: non toccate nulla, è tutto in ordine, lasciatemi vestita di bianco, voglio anche la cassa bianca, il mio funerale deve essere tutto bianco".
Ero molto bella! Mi ricordo che andavo sempre a ballare e avevo molti corteggiatori. Poi mi innamorai di un uomo molto ricco che aveva una villa a Viterbo. Ci fu un'epidemia di tifo ed egli si ammalò.... |
Le storie che i Bassotto hanno ripreso agiscono, in noi, su piani diversi: quello della memoria e del confronto delle diverse vicende; quello dell’analisi delle immagini e della loro durata; quello della lettura, partecipe, sulle figure dell’oggi. Queste belle foto di anziani non sono le solite, violente, impudiche, a volte crudeli, e non sono neppure figurazioni quasi folcloriche, di anziani in attesa; al paese, dei figli emigrati, e a cui il fotografo infila fra le mani il santino dei ragazzi lontani.
No, qui nessuna violenza, neppure delle luci, che sono sempre morbide, aggiranti, partecipi, o delle inquadrature, che sono frontali, appena più basse del livello degli occhi, come per dare un minimo di stacco, di distanza, a questo dialogo a volte troppo immediato fra lettore e rappresentati.
Immagini esemplari.
Per loro, per i vecchi, ma anche per noi, che dobbiamo imparare a guardarli. E a capire.
Informazioni
Biografia di Enzo e Raffaello Bassotto
Presentazione:
Sulle tracce della metafora di Giorgio Cortenova
Il
paesaggio veronese: Luoghi di passaggio di Italo Zannier
Storie
quotidiane: Borgo Nuovo di Edoardo Sanguineti - Cent'anni di vita di
Arturo Carlo Quintavalle
I
Musei a Verona: Interni di fotografia di Vittorino Andreoli - Disegnare
con la luce di Livio Dimitriu
Archeologia
industriale: saggi di Giorgio Cortenova e di Lanfranco Colombo
Lo
staff della mostra
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