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Foto promozionale - Fotografo Christopher Morris, Cecenia 1995

La mostra aprirà su tre conflitti importanti degli anni novanta: Jugoslavia, Cecenia e Afghanistan. Dal 1991 Ron Haviv fotografa le conseguenze dello scioglimento della federazione jugoslava e l’intensificazione della guerra, della quale i bosniaci pagheranno il prezzo più caro, fino all’arresto di Slobodan Milosevic dieci anni più tardi. Christopher Morris documenta la guerra in Cecenia che i Russi conducono dalla fine del ’94 e che terminerà temporaneamente nel 1997. Il 1996 segna l’entrata dei Talibani a Kabul e l’instaurazione del loro regime in un paese che non sembra avere altro avvenire che la guerra: James Nachtwey ne fotografa le cicatrici.
Ma non è solo in Cecenia o in Afganistan che la storia si ripete: tre anni dopo la prima guerra delle pietre (1987), negli stessi territori occupati dove opera Christopher Anderson (la striscia di Gaza) si
sviluppa quella che è stata chiamata la seconda intifada.

E’ sempre nella sollevazione della folla che il movimento sorto in Indonesia alla destituzione del presidente Suharto (1998) trova la sua origine: John Stanmeyer ne segue l’evoluzione ed anche le implicazioni nella regione di Timor Est mostrando l’estrema brutalità della repressione. 
L’America di George W. Bush ha designato l’Irak tra i paesi che costituiscono una minaccia per la sua sicurezza. Dopo il suo intervento in Afghanistan essa formula il progetto di liberare gli iracheni da Saddam Hussein e dal regime che egli aveva instaurato. Alexandra Boulat è inviata nella regione, all’inizio del 2003, per documentare la vita quotidiana all’avvicinarsi della guerra; fotograferà poi Bagdad e i suoi abitanti sottoposti alla dura prova dei bombardamenti. Da parte sua, Gary Knight segue da vicino l’intervento delle forze militari su terra: l’episodio che ha intitolato "The Bridge" potrebbe ricordare il ritmo e l’atmosfera delle fiction cinematografiche, ma qui tutto è vero. Quanto a Antonin Kratochvil, egli mostra nel deserto, intorno alle città o ai bordi delle strade, un paesaggio terribilmente devastato, le tracce fisiche, sia umane sia materiali, lasciate da questa guerra.

Gabriel Bauret, curatore della mostra

 

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